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DRAFT 030501
Due geni candidati per l’autismo sono
stati idenficati nel progetto di ricerca e di studio della Fondazione
NAAR.
La comprensione dell’autismo ed eventualmente la sua efficace cura e i
metodi di prevenzione, non potrebbe prescindere dalla scoperta ed
identificazione dei geni in esso coinvolti. Negli ultimi formidabili
sei mesi abbiamo assistito alla pub-blicazione di due studi che hanno
identificato due dei “candidati” geni per l’autismo. Entrambi questi
geni sembrano statisticamente associati alla malattia. Forse ancor più
significativo il fatto che questi due geni appaiono avere funzioni
compatibili con le conoscenze neurobiologiche relative all’autismo.
L’associazione NAAR si onora di queste importanti riscontri e ricerche
dell’anno 1999 del dr.Flavio Keller, del dr. Christopher Stodgell, e
dei loro colleghi.
Tra le molte cause dell’autismo che
sono state proposte vi è una piccola disputa tra la comunità degli
scienziati in cui i genetisti giocano un ruolo critico.
Di tutte le malattie genetiche “complesse”, studiate, l’autismo
riconosce la più al-ta “ereditabilità” (e cioè è la più “genetica”).
Il più comunemente chiaccherato me-todo di ricerca dei geni è l’esame
del genoma ovvero gli “studi di connessione, o di legame”. Questo
metodo è stato utilizzato per identificare i geni di molte altre
malattie del cervello, come l’Alzheimer, la Chorea di Hantington e i
geni coinvolti sono stati descritti con mappature genetiche umane
circostanziate.
Sfortunatamente, per
la maggior parte delle complesse malattie del cervello, come ad
esempio i disordini bipolari, la malattia di Tourette e l’autismo, i
geni a queste associate non sono stati ancora individuati. Le ragioni
di ciò non sono così chiare. Il dr. Risch e i suoi colleghi a Stanford,
pensano che l’autismo veda coinvolti 15 o più geni. Le ricerche
procedono e nuovi metodi ed analisi sono utilizzati. I genetisti
rimangono comunque ottimisti sulla possibilità di scoprire altri geni
dell’autismo per l’alta “ereditabilità” della malattia.
Di seguito
riportiamo la storia di due gruppi di ricercatori che hanno
individuato geni associati all’autismo. Un gruppo giunse a questa
scoperta mentre lavorava sull’individuazione delle cause dell’elevato
tasso ematico di serotonina nell’autismo, mentre l’altro si occupava
da anni di accurate misurazioni e di riscontri basati sull’evidenza.
Il gene “reelina”.
Molti genitori di
soggetti autistici hanno conosciuto il lavoro di Kurt Reichelt di Oslo
(Norvegia). Per oltre vent’anni egli ha pubblicato i suoi lavori sui
peptidi urinari anormali nei bambini autistici. Egli ipotizzò che
molti di tali reperti potessero essere dovuti alla caduta improvvisa
di alcune sostanze “esogene” (sostanze cioè di cui noi dovremmo poter
disporre nel corpo e che ci arrivano tramite il cibo).
Reichelt nello
specifico ipotizzò che il “glutine” e la “caseina” potrebbero essere
direttamente coinvolte; cosa che indusse molti genitori ad alterare la
dieta dei lo-ro bambini. In una pubblicazione del 1999, Reichelt e i
suoi colleghi pubblicarono il rilievo di un significativo aumento, nel
sangue dei bambini autistici, del tasso di un particolare tripeptide:
il PyroGlu-Trp-GlyNH2. Questo tripeptide risulta costi-stuito da tre
aminoacidi: l’acido glutammico, il triptofano e la glicina. (Gli
aminoa-cidi sono costruiti a blocchi che messi assieme formano peptidi.
Le lunghe cate-ne di peptidi sono conosciute come proteine).
Questo particolare
peptide è molto intressante perché è stato dimostrato essere un
potente stimolatore della captazione di serotonina all’interno delle
piastrine.
Da molti anni era noto che molti individui con autismo presentavano un
alto livel-lo di serotonina nel sangue.
Un collaboratore del
dr. Reichelt, il dr Flavio Keller (Roma – Italia) propose alla
Fondazione NAAR di ripercorrere la sperimentazione del gruppo
norvegese di Reichelt per cercare questo particolare peptide nel
plasma sia in soggetti norma-li che con autismo. Con tale studio si
sarebbe potuto confrontare e correlare il livello di serotonina tra
autistici e parenti di primo grado. L’obiettivo del dr. Keller era
quello di cercare un marcatore biologico per l’autismo e forse una
traccia per la ricerca di un candidato gene.
Ciò che accadde successivamente fu una di quelle cose che frustrano
alcuni ma non sorprendono gli scienziati.
Il dr. Keller e il
suo gruppo di ricerca non riuscirono a trovare nei soggett italiani
sottoposti ad esame, il famoso tripeptide. Essi pensarono che forse,
si era di fronte ad una sostanza peculiare della popolazione
norvegese. Con l’idea di veri-ficare questa interpretazione il dr.
Keller chiese al dr. Reichelt di inviargli il mate-riale di esame
prelevato dai soggetti norvegesi. Ben due laboratori italiani diversi,
furono incapaci di individuare il tripeptide nei materiali e pertanto
il lavoro del Dr. Reichelt risultava irripetibile. A questo punto la
ricerca poteva definirsi conclusa essendo negativo ogni riscontro.
Fortunatamente
comunque, durante il lavoro di questo gruppo di ricercatori sulla
evidenzione del tripeptide, ci si preoccupò anche di individuarne le
eventuali sor-genti. Essi analizzando le registrazioni dei dati
riconosciuti ed accessibili sulle proteine evidenziarono la
possibilità di migliaia di fonti diverse. Essi si preoccu-parono di
aggiungere via via anche altri peptidi, trovati da Reichelt (sebbene
mai pubblicati). Combinando questi peptidi si evidenziò che solo una
proteina poteva essere responsabile della creazione di questi peptidi
ed era la sola “reelina”. Era un concetto intrigante sebbene, per
dirla tutta, questa particolare proteina risul-tasse “estraibile dai
capelli sottili”. La “reelina” è “una proteina segnalatrice” che
ricopre il ruolo di perno nella migrazione di alcuni tipi di neuroni e
nello siluppo delle connessioni neuronali. Vi sono inoltre alcuni
recenti rilievi scientifici che ve-dono la reelina implicata nella
schizofrenia.
Vi è un modello
animale (reeler-topo)che presenta una delezione del gene della reelina
e, in modo estremamente ineteressante, questo modello animale ha a che
fare con l’autismo. Sia i topi del modello che gli individui umani con
autismo hanno evidenziato possedere un minor numero di cellule di
Purkinje nel cervellet-to, cosiccome una displasia del nucleo dentatus
con una riduzione della conta numerica delle cellule nell’adulto.
Nel tronco cerebrare in via di sviluppo entrambi i gruppi studiati
(modello e auti-stici) presentano un nucleo olivare inferiore
displastico e alterazioni nella citoar-chitettura dl nucleo faciale.
Ci sono anche anormalità neil’ippocampo, nella cor-teccia tentoriale e
nell’amigdala.
Le più caratteristiche più significative del “topo reelin” è
l’inversione della stratifi-cazione corticale il che significa che gli
strati cellulari sono stratificati in modo in-vertito; gli strato
sopra sono sotto e viceversa. Questo non è presente nell’autismo anche
se un recente lavoro sull’autismo evidenzierebbe un aspetto patologico
in soggetti con autismo, consistente in una anormale migrazione e
laminazione o stratificazione nella corteccia cerebrale.
Una quasi
“coincidenza” è che il “gene reelina” è stato localizzato sul
cromoso-ma7q 22 - - un area che quattro gruppi genetici, impegnati nel
vaglio del geno-ma, hanno ognuno indicata come area di interesse pur
non rilevandovi significati statistici.
Così se il gene
della reelina è stato trovato essere anormale, esso potrebbe
con-tribuire a connettere riscontri se non persino essere sufficiente
per ergersi a cau-sa singola di autismo.
Tornando aprima il dr Keller detrminò lo studio del gene in due modi.
Uno fu attraverso lo studio di una associazione caso-controllo.
Questo significa che il dr. Keller e i suoi colleghi eseguirono una
comparazione tra un gruppo di individui con autismo e un gruppo di
controllo. Sebben questo metodo può essere uno strumento poderoso
nello studio dei geni uno dei rischi è che chi investiga deve prestare
molta attenzione nella selezione di un appropria-to gruppo di
controllo. Per esempio molti geni sono più comuni in certi gruppi
et-nici e così fattori simili debbono essere tenuti d’acconto. Quanto
loro trovarono era un’area sul gene della reelina con un variabile
numero di trinucleotidi ripetuti, per esempio il numero delle
ripetizioni non era identico tra tutti gli individui.
Questo tipo di variazioni nella sequenza del gene è detta
“polimorfismo”. Un “po-limorfismo” non significa necessariamente
malattia ma esso può servire come “marker” per determinare se un
particolare gene è o meno associato ad una ma-lattia.
Perciò il dr. Keller e il suo team misero sotto osservazione il
polimorfismo che avevano trovato nel gene della reelina nei due gruppi
di comparazione. Un gruppo era costituito da 95 individui con autismo
di discendenza italiana, mentre l’altro era costituito da 186
individui sani della stessa razza e gruppo etnico.
Essi riscontrarono
che il 17,9 % dei soggetti del gruppo con autismo possedeva-no un
allele lungo de detto gene ( vale a dire; ripetizioni di più di 11
trinucleotidi) mentre nel gruppo di controllo questo era presente solo
nel 7,1% dei casi. Que-sta differenza è statisticamente significativa.
Il dr. Keller e i suoi effettuarono anche un secondo tipo di studio
chiamato “test della disquilibrio nella trasmissione”. In questo tipo
di studio
Essi osservarono la trasmissione genica tra le famiglie. A causa del
fatto che in questo tipo di ricerche si studia la trasmissione da
genitore a figlio, il controllo stesso non è sempre identico. Comunque
essi furono capaci di aggiungere 89 americani con autismo cosicchè vi
erano un totale di 172 trii-individuali (il sogget-to autistico e i
due genitori) e 395 familiari di primo grado. Ciò che loro trovarono
fu che la trasmissione dell’allele lungo era significativamente più
comune nei bambini colpiti dalla malattia che in quelli non affetti da
uatismo.
Questo è il tipo di patologia che si trova nella Sindrome dell’X
Fragile. Ciò che succede è che le stesse tre basi vengono allineate e
disposte in un certo ordine e poi, come in una disco saltellante,
riproposte di nuovo. Questo succede in tutti noi ma se succede troppo
spesso poi esita in malattia. Per esempio è risaputo che nell’X
Fragile se c’è un certo numero di ripetizioni poi l’individuo diviene
un portatore. Se inoltre il numero di ripetizioni supera un certo
valore l’individuo poi manifesterà la malattia e con una espressività
proporzionata alla quantità stessa delle ripetizioni.
Così come in una ricerca scientifica
questo riscontro dovrebbe essere conside-rato preliminare e dovrebbe
essere replicato da atri gruppi inipendenti di ricerca. E’ comunque
incoraggiante che un gruppo di lavoro dell’Università del Queens in
Ontario Canada ( dr. Zang e all.) abbia presentato riscontri
preliminari ad un re-cente meeting scienifico dove hanno fatto
rilevare l’esistenza di ripetizioni di tri-nucleotidi nella stessa
regione del gene della reelina in pazienti autistici.
E un altro gruppo non correlato dell’Università del Minnesota( dr
Fatemi e all.) hanno misurato il livello di reelina nel tessuto
cerebellare autoptico di autistici, trovando una riduzione del 43%
rispetto a gruppi di controllo comparati. I rilievi del dr. Keller
offrono la promessa di un nuovo avvenire nella ricerca e la
possibili-tà di identificare un candidato gene nell’autismo.
HOXA 1 gene
Proprio qualche mese prima noi avemmo la
nostra ondata di emozione quando il gruppo di ricerca sull’autismo
dell’Università di Rochester riportò una significativa associazione
con un altro gene. Questo non fu una sorpresa visto che questo gruppo
di ricerca ci aveva lavorato sopra per molto tempo. Infatti il lavoro
preli-minare di questa comunicazione era il soggetto della prima
pubblicazione BOL-LETTINO NAAR con un articolo dell’estate del 1997.
Questo lavoro ricevette anche una grande
diffusione pubblica quando fu pubbli-cato come tratto distintivo della
rivista “Scientific American” nel febbraio 2000. Comunque, per quei
lettori che non hanno familiarizzato con il lavoro della dr. Patricia
Rodier e dei suoi colleghi, cercgerò di riassumere qualcosa del loro
pre-cedente lavoro.
Durante un lavoro di ricerca sui sopravvisuti al “talidomide” e
specificamente la-vorando su una malattia del movimento oculare
causata dalla esposizione al tali-domide, due oculisti ricercatori,
Miller e Stromland fecero una importante osser-vazione. Dei 100
sopravvisuti al talidomide conosciuti in Svezia, le registrazioni
indicavano che le madri di 15 di loro avevano assunto talidomide fra
il 20 –24 giorno di gestazione. Cinque di questi 15 casi presentarono
bambini con auti-smo. Inoltre nelle madri che avevano assunto
talidomide in qualsiasi altro perio-do della gravidanza, (ndr. Negli
altri 85 casi) non si ebbe incidenza di auti-smo.Sebbene questi numeri
siano piccoli la rilevanza statistica è significativa. Questo lasciò
ipotizzare alla dr. Rodier, esperta embriologa, che sebben il
tali-domide non rappresenti la causa di autismo nella popolazione in
genere, questo riscontro suggerisce fortemente che una forma di
autismo è causata da un danno che agisce in utero sullo sviluppo del
sistema nervoso durante i primi giorni di gestazione (20-24). Le
implicazioni di questa ipotesi sono che , sebbene ancora non si sappia
la causa dell’autismo, si comincia a comprendere “quando” è cau-sato.
Per queste ragioni gli scienziati
possono restringere la ricerca delle cause tenen-do presente il tempo
e l’area del cervello colpite nei soggetti autistici che sono
sopravvisuti alla somministrazione di talidomide.
La dr.ssa Rodier e i suoi colleghi,
compreso il dr. Cristhoper Stodgell, (NAAR 1999) e Roland D. Ciranello,
(M.D. Memoria Fellow nella Ricerca di Base), ebbe-ro a proporre questa
ipotesi in diverse maniere. Clinicamente essi notarono delle
anormalità nei nervi cranici in bambini autistici (nervi che innervano
la faccia, in-cluso l’orecchio, la bocca, gli occhi e i muscoli
faciali).Questo fu osservato sia dal puno di vista clinico che in sede
autoptica cerebrale. Fu eseguito anche un mo-dello animale utilizzando
gli effetti chimici dell’acido valproico. E’ la stessa so-stanza del
medicamento DEPAKIN. L’acido valproico è simile al talidomide per il
fatto che interrompe la chiusura del tubo neurale, il processo
biologico che si at-tua nel cervello tra il 20 e il 24 giorno di
gestazione uterina. Il modello animale con topi ha molti dei rilievi
neuroanatomici cerebrali che si sono notati nell’autismo. Questo
modello animale è stato adottato da molti altri ricercatori come il
miglior modello attuale per l’autismo.
Un altro animale è il topo “knockout” (chiusofuori)
a cui è stato bloccato il gene Hoxa 1(che pertanto risulta
inespresso); Questo è il gene che si esprime sola-mente in una fase
precocissima dello sviluppo cerebrale. Esso è coinvolto in questi
stessi processi durante lo stesso periodo di tempo ( 20 °-24° giorno
di svi-luppo in utero)
Questo topo knock-out ha molte
somilianze con le anormalità cerebrali reperite nell’autismo. Questi
rilievi hanno consentito al gruppo di Rochester di investigare se le
anormalità del gene Hoxa 1 erano ciò che attualmente vede coinvolto
nella lesione riscontrata nei soggetti con autismo.
I risultati delle ricerche della dr.ssa Rodier e del dr. Stodgell e
dei loro colleghi furono pubblicate lo scorso anno nel Journal of
Teratology. Essi trovarono che esisteva una variante del gene Hoxa 1.
Questa variante consisteva in una sosti-yuzione di una singola base,
guanina per adenina. Sebbene questo gene sia tra quelli altamente
preservati (sue anormalità risultano incompatibili con lo sviluppo
intrauterino o la vita) e risulti espresso trasversalmente attraverso
le specie (i ge-ni Hox sono presenti persino negli insetti ) questa
risulta essere la sola variante attualmente conosciuta tra i
mammiferi.
Essi fecero una comparazione di questa variante per un controllo tra
la popola-zione ottenendo interessanti risultati. Negli individui con
autismo 21 soggetti dei 57 esaminati possedevano la variante anormale.
Nel gruppo di controllo, solo 26 su 119 individui avevano questa
variante. Questa differenza è statisticamente significativa. Altre
considerazioni emergono dall’analisi dei dati.
Nel gruppo di controllo, distinto per etnie, si contano 0 individui su
30 con la detta variante nella popolazione asiatica, mentre nella
popolazione (discendenti), afri-cana ed europea, la variante è stata
riscontrata in 26 individui su 63 esaminati. Questa famosa variante
sarà presente negli individui asiatici con autismo?
Al momento non si sa. Inoltre la
variante, piuttosto comune nella popolazioni afri-cane ed europee, è
anche molto comune nei familiari dei soggetti austistici. La frequenza
era uguale nei familiari ammalati, cioè familiari che presentano anche
loro autismo o perdita del linguaggio. Nei parenti non ammalati, 44 di
135 perso-ne in totale furono riscontrate possedere la variante.
Sebbene questo sia meno comune che nella popolazione ammalata è ancora
un valore estremamente si-gnificativo. Quando essi esaminarono la
trasmissione del gene da genitori a fi-glio, i riscontri furono di
nuovo interessanti. La discendenza non ammalata pre-senta la variante
trasmessa in una percentuale minore rispetto alla quota statisti-ca
significativa. La probabilità di trasmissione della variante
patologica del gene Hoxa 1 nel figlio, diviene maggiore se la variante
del gene risulta già presente nella madre, più che nel padre. Nel
bambini “maschi”, ammalati di autismo,in cui uno o entrambi i genitori
presentano la variante del gene, 19 casi su 30 hanno la variante
patologica mentre nelle femmine 9 su 9. Tra tutte le femmine della
di-scendenza includendo le femmine non affette, 13 su 14 possiedono la
variante. Questo sembra suggerire che le femmine sono più vulnerabili
nella trasmissibilità della variante. Non si sono osservate
differenze, dal punto di vista clinico tra indi-vidui affetti da
autismo che presentano la variante del gene dagli individui che non la
presentano.
Mettendo assieme tutte queste
osservazioni si giunge a una serie di riscontri che suggeriscono
alcune considerazione ma non conclusioni. Come in tutte le scien-ze la
riproducibilità è essenziale e necessaria. In questo caso, siamo
fortunati che questo gruppo è parte di una Programma di Collaborazione
sull’Autismo (CPEAs), un network di gruppi di ricerca sull’autismo
fondato dall’Istituto Nazio-nale dello Sviluppo della Salute del
Bambino (NICHD), della Sordità e dei Di-sturbi della Comunicazione (NIDCD).
Questo network è ora impegnato nella re-plica su larga scala di questi
risultati. Noi speriamo che questi studi possano con-fermarsi presto.
Con più grandi numeri, nuove osservazioni potranno studiare meglio
alcuni dei trend osservati come quelli relativi alle etnie e ai
generi.
A questo punto il pensiero di questi ricercatori è che l’Hoxa 1 possa
essere un gene candidato per l’autismo. Cioè, possedere la variante di
tale gene non è causa di autismo ma potrebbe rendere l’individuo più
vulnerabile a svilupparlo. E’ possibile che questo rappresenti una
suscettibilità rilevante ad insulti ambientali. Ovvero, come ulteriore
possibile spiegazione, la presenza di detta variante po-trebbe
significare una maggior vulnerabilità all’azione di un altro gene
anormale che di per sé non risulterebbe sufficiente a determinare
l’autismo. Questo è simi-le ai rilievi fatti quest’anno sulla Sindrome
di Rett i cui ricercatori hanno scoperto un gene “regolatore” (che è
il gene che regola la funzione di altri geni) che è ri-sultato
anormale nell’80% dei casi di Rett sd.
E’ difficile a questo punto definire il
ruolo e l’impatto dei dati sul “gene reelina” e sul gene Hoxa 1. Essi
comunque rappresentano un momento dirompente per la ricerca
sull’autismo. Di converso, fino a che non saranno replicati da altri
scien-ziati essi sono per ora riscontri incidentali. Alcune cose sono
comunque certe. Avendoi a che fare con una così altamente ereditabile
patologia, trovare dei geni coinvolti è essenziale per riconoscere
cause e possibili terapie. E comunque per-sino riscontri accidentali
forniscono preziosi contributi che la scienza utilizzerà poi e da cui
potrà partire per nuove investigazioni, che mattone dopo mattone
costituiranno il fondamento da cui far emergere le future risposte. |