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Difficile in tempi
di pura polemica accettare di fermarsi a pensare. Il cardinale
Biffi, in questi giorni di inquietudine e dolore universale, ha
riaperto un dibattito ricorrente: nel mondo cattolico e in quello
del volontariato: il buonismo, quale errata e deviante motivazione,
religiosa e sociale, a sostegno delle scelte e dei contenuti di fede
e per esteso Odel perché e del come farsi carico della sofferenza
degli altri. Il buonismo di cui si parla è il silenziatore delle
coscienze; è il dilagare di una tolleranza senza limite, un po'
beota ed ignorante, che inevitabilmente conduce alla non
discriminazione, alla condivisione passiva di qualsiasi proposta
resa disponibile, sia essa in forma di ideologia oppure di pratica e
costume. E' il tipico impegno debole, il modo più accomodante di
rispondere rapidamente all'emotività di superficie, al
sentimentalismo anti-valutazione. E' mancanza di fondamenti e
prospettive utili o condivisibili; sentire emotivo che fa uso del
bisogno altrui quale strumento della propria salvezza. Un'intima
salvezza usa e getta, da consumare rapidamente, un passaporto da
timbrare una tantum per dire anch'io ho fatto qualcosa, anch'io sono
un giusto.
Il buonista è l'opportunista di questo secolo, volontariamente privo
di giudizio, squisitamente cieco e tollerante, perpetuamente dedito
al recupero del proprio vantaggio o accoglienza nel gruppo. Egli
realizza ed improvvisa un saltuario, autogestito, personale,
compenso al bisogno di umanità, alla necessità di sentirsi o
riconfermarsi vicino a Dio e all'Uomo.
Nell'ambito del volontariato il buonismo² è ben rappresentato e
l'accentuarsi di questa filosofia sdogana quotidianamente
corbellerie, ruberie, attività e proposte demenziali, grandi ritardi
e colpose concessioni all'ignoranza e all'errore. Recentemente la
dr.ssa Delendati in un articolo sul mensile di Troina
(Handicap-Risposte:Veri e Falsi Volontari pag.45 feb 2001)
evidenziava come il malcostume di Onon discriminare riguardi anche
molte associazioni coinvolte nel mondo dell'handicap, ricche di
personaggi variegati ed intenti diversificati, ma in grado di
portare danno grave a tutti noi.
Biffi aggiunge Ci siamo mossi per anni come gli evangelici ciechi,
così ben dipinti da Bruegel, enfatizzando sino alla distruzione ciò
che ci univa anziché avvalerci di ciò che ci fa differenti². La
paura del non agire non giustifica la tolleranza di ogni proposta.
Il motto abusato per giustificare lo scempio è: almeno facciamo
qualcosa². Usare le associazioni per semplicemente fare qualcosa² S
è oggi inaccettabile.
Ogni progetto dovrebbe poggiare anche su altre considerazioni: Che
cosa stiamo per fare? E' condiviso e accettato ciò che facciamo?
Siamo sicuri che è giusto il percorso individuato? La proposta fatta
è realmente utile? EccS Oggi sappiamo cosa fare, come farlo, chi può
aiutarci a farlo. Non ci sono più alibi. Per nessuno. Forse per
comprendere quanto detto è bene spiegare cosa si dovrebbe intendere
per metodo abilitativo globale² nel suo più attuale significato: E'
quel metodo (attualmente di tipo psicocomportamentale da solo o
integrato con altri-) che contiene in sé gli strumenti di
valutazione, gli obiettivi, i singoli approcci e le procedure di
intervento, utili ad abilitare o correggere Ogni aspetto patologico
caratterizzante la sindrome del paziente con autismo.
Crediamo infatti che si debbano oggi fornire tutte le competenze
essenziali e possibili, in forma di abilità spendibili, fruibili,
funzionali ovvero finalizzate alla situazione che si sta vivendo, in
una logica di recupero armonioso anche se, nel suo progredire,
questo intervento dovesse comportare ritardo generale o voluta
stazionarietà di singole abilità. (è preferibile un paziente che usa
propriamente cinquanta parole anziché uno scrittore sganciato dal
genere umano). Se è vero quanto detto non possiamo più tollerare
negli infiniti elenchi dei metodi di ri-abilitazione, proposte
limitate, parziali, come la delfinoterapia, l'ippoteria, eccSQuesti
interventi possono essere utilizzati per attivare la capacità
attentiva o per la ricreazione dei nostri figli e di noi genitori,
ma non significheranno mai terapia² nel senso vero e nobile del
termine. Se le condizioni ambientali poi consentono tali pratiche
non significa che queste debbano necessariamente essere proposte, né
che si riveleranno utili. I metodi globali di ri-abilitazione sono
fortunatamente pochi, bene conosciuti, necessari e tutti utili.
Faccio ora un ulteriore esempio dell'opportunità distinguere. Se
nella sede di SS si organizza e si promuove, quale unica proposta
abilitativa, una delle tante tecniche aumentative del linguaggio
(Comunicazione Facilitata, per esempio), con relative spese, impegni
economici e strutturali, energie di operatori e dell'associazione
tutta, pur consapevoli che quanto proposto non è un metodo
riabilitativo globale ma solo un momento tra i possibili interventi,
consapevolmente gonfiando a dismisura le specifiche indicazioni e
vendendolo come terapia², si compie un atto profondamente scorretto.
Perché?. Rispondo senza buonismo². Perché così facendo non offriamo
una opportunità corretta ai fruitori. Perché i genitori, di fatto
alleviati dall'intervento proposto, potrebbero avvalersene,
trascurando poi le giuste metodologie abilitative Sper ignoranza,
perché unica realtà percorribile, per mancanza di proposte
alternative, per ridotti tempi a disposizione o per altre ragioni
ancora (ragioni comunque senza ragione). Perché togliere ad un
paziente corrette opportunità e tempi di recupero è atto
irreversibile. Perché i soldi e le energie spesi per offrire una
metodica parziale potrebbero essere spesi meglio in proposte ed
operatori più leali, competenti e utili Perché una associazione di
genitori non dovrebbe ignorare ciò che serve, né fare del male ai
propri iscritti o figli, né farsi carico di proposte
particolarissime ed esclusive specie se notevolmente criticate o non
comunemente condivise. Perché il genitore che si rivolge alle nostre
associazioni ha diritto ad una informazione corretta e a proposte
adeguate a questo presupposto. Perché è il territorio che deve
offrire vera terapia e non l'associazione. Perché è tempo che ci si
liberi degli esperti non esperti, dagli operatori interessati al
loro 740, da quelli che non si mettono in discussione, da quelli che
cambiano vestito ma non idee, da coloro che non lavorano ma fanno
lavorare, da quelli che ci comprano con le rassicurazioni e i
sorrisi, da quelli che sono tutti ad alta funzionalità², da
quelli che bisogna avere polso², ecc.
Vi servono altre ragioni?
Si sappia comunque che lo scandalo maggiore non sta nella ottusità
dell'associazione che percorre simili scelte ma nella convinzione di
impunità che protegge l'esperto e propugnatore di quella unica
metodica parziale, così bene appresa dai suoi aiutanti, indifferente
alle precise indicazioni che essa possiede, sordo a quanto centinaia
di specialisti dicono da anni, assai poco preoccupato perciò al
reale bene dei nostri figli.
Genitori in Prima Linea Tiziano
Gabrielli
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