Facilitazione e Disturbo Autistico

0 Pubblicato da mer, 03 aprile 2013, 10:18

Facilitazione e Disturbo Autistico:
un ponte tra mente e corpo per accedere al gesto intenzionale
a cura della D.ssaVittoria Cristoferi Realdon.

1. Autismo e azioni complesse:Facilitazione spontanea

Ogni genitore, ogni operatore esperto, che deve sollecitare prestazioni motorie complesse da parte di un soggetto autistico, utilizza più o meno consapevolmente qualche forma di facilitazione.
In sostanza indica, o tocca, o con i soggetti più verbalizzati nomina, la parte del corpo che deve essere mobilizzata e, se le attività da compiere sono ripetute nel tempo o di lunga durata, può fornire anche un input sonoro o una guida gestuale per sostenere e ritmare l’azione.
Senza facilitazioni, infatti, una persona autistica dimostra una notevole difficoltà ad eseguire nuovi compiti motori, soprattutto quelli che presentino un certo grado di complessità (per esempio azioni caratterizzate da più passaggi concatenati fra loro in vista di uno scopo).
Il modello visivo da imitare è utile per gli autistici, ma quasi mai sufficiente, specie alla prima esperienza. Ciò che serve loro è sperimentare l’azione completa e correttamente eseguita.
Così il buon educatore impara che può essere necessario all’inizio anche posizionare nel modo giusto le parti del corpo della persona autistica, e accompagnarne il movimento con le mani, quasi trascinandolo insieme a lui nell’azione, come quando s’insegna a ballare a qualcuno.
Poi egli potrà allentare un po’ alla volta la guida e limitarsi a qualche sollecitazione saltuaria, di tipo tattile, o sonoro, o visivo, da inserire nei momenti critici ,cioè quando l’autistico va in confusione e rischia il blocco o l’errore e la conseguente rinuncia.
Definirei tutte queste procedure come facilitazioni spontanee, poiché i genitori e gli insegnanti le usano naturalmente, in modo quasi inconsapevole. I terapisti della motricità d’altra parte le hanno apprese e le usano come modalità tecnica efficace e preziosa soprattutto con i bambini molto piccoli o molto insicuri.
La sottostante difficoltà di programmazione ed esecuzione dei movimenti potrebbe essere riconosciuta come una forma di aprassia.

2. Autismo e scrittura: Facilitazione spontanea

A molti insegnanti e a molti genitori è naturalmente venuto in mente di usare questo sistema per facilitare l’apprendimento della scrittura nei bambini autistici (e non solo), posizionando le loro dita attorno alla matita, posando la propria mano sulla loro mano e aiutandoli a spostare piano piano la mano e l’avambraccio sul foglio nel corso della scrittura.
Chi ci ha provato sa che il sistema è piuttosto efficace quanto alla possibilità di scrivere insieme, ma che è molto più difficile ottenere che il bambino autistico segua con lo sguardo il movimento della sua mano, che attribuisca interesse e significato ai suoi prodotti grafici, o che arrivi a scrivere da solo, sotto dettatura o spontaneamente, quelle lettere che con tanto esercizio passivo dovrebbe infine avere imparato a tracciare.
In sostanza il passaggio ad un utilizzo attivo ed intenzionale delle sequenze motorie passivamente
sperimentate non si realizza quasi mai; senza il contatto delle mani dell’adulto l’atto motorio che produceva una scrittura dotata di significato si spegne rapidamente, si arresta o deraglia su sequenze di segni già appresi e ripetuti in modo stereotipato.
Contro questi ben noti limiti e difficoltà s’infrange l’entusiasmo d’ogni insegnante e d’ogni genitore volenteroso.

3. Autismo e ipotesi interpretative

Di regola entrambi concludono prima o poi che l’autistico non riesce a scrivere da solo perché è limitato a livello cognitivo e che per lo stesso motivo non riesce a parlare.
Sembra infatti ragionevole pensare che chi non può accedere al codice verbale parlato, che di norma è il primo ad essere appreso, non possa padroneggiare nemmeno quello scritto.
Più o meno lo stesso ragionamento si applica anche ai ragazzi Down che non accedono al linguaggio verbale e dunque non vengono neppure avvicinati alla letto-scrittura.

Altri invece pensano (e sono in genere questi gli operatori “psi”, che hanno alle spalle una cultura di tipo psicodinamico) che l’autistico non impari a parlare e a scrivere solo perché non gli interessa farlo, in sostanza per disinteresse/rifiuto verso l’altro e verso tutto ciò che l’altro gli richiede.
È un’ipotesi apparentemente più ottimistica e generosa, cui si attaccano con speranza e passione i genitori dei bambini autistici più piccoli, e in genere gli operatori “psi” più giovani ed entusiasti.
Si aprono così diverse interpretazioni psicodinamiche, accomunate dal fatto di collocare l’origine di tale rifiuto in una risposta difensiva dell’autistico di fronte all’incompetenza affettiva ed al rifiuto (magari inconscio) del genitore.
La proposta diventa allora la Psicoterapia, nelle sue più svariate declinazioni; l’iter terapeutico è abitualmente di lunga durata, di costo elevatissimo (sia a livello emotivo che economico).
La psicoterapia in genere s’interrompe, con diversi pretesti, per esaurimento di risorse dall’una o dall’altra parte. I risultati spesso sono molto scarsi rispetto alle aspettative.

4. Autismo e Disprassia

Eppure tra Scilla e Cariddi, tra l’ipotesi dell’incompetenza cognitiva (che sollecita pensieri di impotenza e pratiche di mera assistenza), e quella del rifiuto volontario (che fa sprofondare i genitori nel senso di colpa evocando oscuri traumi affettivi da loro perpetrati), esiste anche una terza ipotesi: quella dell’incompetenza espressiva, vale a dire l’esistenza di una grave disabilità a realizzare compiti a valenza comunicativa o interattiva, implicanti il confronto con l’altro.
L’Autistico dunque non può fare, o non può fare da solo, o non può fare in qualunque contesto, ciò che ci si aspetta da lui, ciò che ha comunque capito a livello cognitivo, che vorrebbe fare quanto a disponibilità e interesse verso l’altro, ma che disgraziatamente non riesce a fare, senza qualche forma, auspicabilmente transitoria, di aiuto esterno.
E l’ipotesi della disprassia nella patogenesi dell’autismo, lasciandone in questa sede impregiudicata l’eziologia, tuttora in fase di studio molto intenso in ambito internazionale, ma dandosi la pena di ricordare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha così definito l’Autismo :Un disturbo causato da un malfunzionamento di tipo neurobiologico del Sistema Nervoso Centrale.
Per affrontare il concetto di disprassia è forse utile richiamare prima il concetto di prassia: ( Tav.I)
Una prassia è un gesto intenzionale, cioè una sequenza coordinata di movimenti atti a raggiungere uno scopo desiderato.La disprassia è la difficoltà a realizzare tale tipo di gesto.
Esiste in molti soggetti Autistici una grave difficoltà a realizzare ogni nuovo gesto volontario complesso, tanto più grave quanto più il gesto richiesto implica la frequente necessità di variare la posizione reciproca dei diversi segmenti corporei , la direzione e la velocità del movimento atto a raggiungere lo scopo.
Questo è appunto il caso della scrittura manuale, ove la sequenza dei piccoli gesti atti a tracciare le singole lettere sul foglio varia in funzione delle parole da scrivere, e tutto il meccanismo deve essere rapidamente e agevolmente padroneggiato se si vuole mantenere nella mente il significato di quanto si intende scrivere.
E ancora più il caso del linguaggio parlato, ove il numero dei muscoli da mettere in funzione e coordinare strettamente per pronunciare i diversi suoni nella giusta sequenza per formare le parole è impressionante. Nessuna meraviglia quindi che la disprassia negli Autistici intralci e blocchi in modo elettivo il linguaggio verbale.
Ma la disprassia, per quanto ne sappiamo (e per quanto ci testimoniano le persone Autistiche in grado di esprimersi ) non colpisce il pensiero e neppure i sentimenti.
Allora un disprassico, allora un Autistico, può essere intelligente e sensibile, anche se non può parlare in modo attendibile, anche se gli è molto difficile riuscire a scrivere da solo, specie con la scrittura manuale.

5. Nuove conoscenze e caduta dei pregiudizi sulle disabilità

La Pedagogia Speciale prima, le Istituzioni Scientifiche poi e alla fine anche la Società civile hanno da tempo riconosciuto che un sordo, anche se non ha mai udito il linguaggio parlato, anche se non parla o parla con difficoltà, non è un Insufficiente Mentale; si sa che egli possiede un adeguato livello di pensiero e può utilizzare efficacemente il linguaggio gestuale e quello scritto per comunicare. Ma la battaglia per ottenere tale riconoscimento è stata dura e il pregiudizio degli udenti non è del tutto scomparso.
Più recentemente, anche grazie all’apporto della tecnologia elettronica ed informatica, e delle periferiche adattate alla disabilità e personalizzate, abbiamo capito che un grave disabile motorio, privo di linguaggio orale, può comunicarci dei pensieri molto profondi con la scrittura, se solo può avere a disposizione l’ausilio adatto, capace di by-passare il suo handicap di movimento per aprire la via alla comunicazione bidirezionale.
E allora succede che le sue smorfie, i suoi movimenti inconsulti, i suoi mugolii quasi animaleschi, non ci appaiono più la pantomima volontaria di un pazzo, né il segno dell’incompetenza cognitiva di un Ritardato mentale, ma solo il tentativo fallito di comunicare di una magnifica mente imprigionata in un corpo dai comandi danneggiati.

6. Nuovi approcci educativi e nuove tecnologie al servizio della Comunicazione

Oggi la Pedagogia Speciale, integrando in un’ottica multidisciplinare gli apporti della Neuropsicologia delle funzioni corticali superiori, incomincia a vedere l’Autismo come un altro caso di disabilità in cui la disfunzione che colpisce l’espressività mimica e gestuale, la produzione vocale e l’azione volontaria socialmente orientata, in quanto non riconosciuta, determina un’errata presunzione di grave incapacità cognitiva, o di turba psicopatologica, da parte dei non-autistici.
L’Autismo può dunque essere un altro caso in cui la tecnologia elettronica, audio-visiva ed informatica, ci apre una strada nuova per by-passare l’handicap espressivo e ricostruire una comunicazione bi-direzionale di buon livello.
A) Aspetti percettivi (vista periferica, scarsa fissazione, ridotta esplorazione ed inseguimento)
Il monitor, per le sue caratteristiche fisiche, cattura l’attenzione visiva dei soggetti autistici più di qualunque immagine su carta, più della realtà stessa che li circonda.
In effetti le immagini sul video sono costituite da punti luminosi in continuo movimento (pixel) e
non c’è nulla di più adatto a stimolare la parte periferica della retina (usata preferenzialmente da molti autistici) se non dei punti luminosi in movimento. Dunque immagini e lettere presentate sul monitor sono straordinariamente attraenti e fisicamente visibili per un autistico. L’allenamento e la cura dell’educatore nel sollecitarne l’attenzione condivisa e l’orientamento degli occhi farà progressivamente maturare anche la visione centrale, con il suo indispensabile potere discriminativo, essenziale per la lettura.
B) Aspetti motori ( disprassia, dismetria, ipotonia, impulsività nel gesto)
Digitare lettere sulla tastiera di un computer, o di una macchina da scrivere, o indicarle con il dito su di una tastiera di carta, richiede un gesto molto più semplice (rapido, ripetitivo, con minimi spostamenti articolari per produrre le diverse lettere) rispetto alla scrittura manuale; la resa grafica sullo schermo è inoltre sempre perfetta e garantita; lo scorrimento delle lettere, cioè l’avanzamento del punto in cui si scrive, è compito della macchina. Se dunque alcune incombenze motorie necessarie per comunicare sono semplificate o prese in carico dalla macchina, molti problemi del disprattico- autistico rispetto alla scrittura sono già risolti, o alleggeriti in partenza. Ma altri (quali la dismetria , l’impulsività, la perseverazione), diversamente rappresentati nei differenti soggetti, richiedono l’apporto umano (il facilitatore) per essere superati.
Un altro problema che la macchina non può risolvere è l’avvio dell’azione (lo start) al momento giusto, il passaggio critico tra la decisione mentale e l’attivazione muscolare che innesca il movimento utile (il dito che si muove verso la lettera pensata e riconosciuta sulla tastiera) e anche la concatenazione di ogni gesto con quello successivo, poiché ogni configurazione gestuale differente
(spostare il dito da un tasto all’altro) richiede di fatto un nuovo avvio.
C) Aspetti emotivi:(ansia da prestazione e da esposizione) (Tav.II)
Donna Williams, autistica ad alto funzionamento e scrittrice, ha descritto questo particolare fenomeno, tipico secondo lei della persona con Autismo, che, traendo origine da un’anomalia della modulazione emotiva, intralcia, blocca o devia ogni azione emotivamente significativa.
E proprio a questo livello (di strutture e circuiti regolatori delle emozioni), anche secondo quanto ci segnalano gli studi neurofisiologici più recenti, che si innesca il particolare disturbo disprassico specifico dell’Autismo, capace di interferire sull’azione volontaria e consapevole tanto più sensibilmente quanto più questa è imbevuta di desiderio e di emozione.
“Più intensamente desidero fare un gesto rivolto all’altro e meno posso farlo”, scrive molto esplicitamente Donna Williams.
È una situazione così intollerabile e senza via di uscita che all’autistico non resta altra scelta che allontanarsi e rinunciare per trovare sollievo. Così il risultato finale sarà proprio l’opposto di quello desiderato (e qualcuno a quel punto dirà che non gli interessa niente).
Non è strano allora che possa scattare un’autentica rabbia (con auto ed etero-aggressività).
Non è strano che la persona autistica impari con il tempo a “non provarci più”, a rinunciare al pensiero stesso di poter entrare in contatto con l’altro in modo affidabile e controllato.

7. La facilitazione come tecnica

Rispetto alla difficoltà di molti autistici ( e di molti disprassici con differenti diagnosi cliniche) nel digitare lettere in successione su di una tastiera, ma anche rispetto alla difficoltà più generale nel concatenare tra loro segmenti di azioni volontarie finalizzate ad uno scopo, entra in gioco l’effetto straordinario di quel “tocco” che è proprio della facilitazione, con tutte le specifiche modalità interattive che vi si accompagnano.
Si tratta di un particolare contatto con il facilitatore, mano sulla mano prima, poi mano sotto il polso, sotto il gomito, alla spalla, sull’altra spalla, sul ginocchio, ecc. sempre nell’ottica del raggiungimento di una completa indipendenzadel facilitato.
Il facilitatore preferito è di regola una persona ben conosciuta dall’autistico, di cui egli ha imparato a fidarsi. Ma tutte le persone che hanno occasione di comunicare con lui sono potenziali facilitatori (anche se è dimostrato che la persona autistica fa le sue scelte e alcuni vengono rifiutati).
Imparare a facilitare non è particolarmente difficile, se si è persone disponibili e non troppo ansiose; ma è necessario essere supportati dalla consulenza di chi è esperto nella metodica.
Infatti il training di ogni soggetto facilitato verso l’autonomia e verso il livello più elevato possibile di comunicazione può essere più o meno lungo, mentre la modalità della facilitazione risulterà diversa da un caso all’altro poiché gli effetti incrociati della disprassia e dell’ansia da esposizione creano difficoltà e necessità di supporto diverse da soggetto a soggetto. Ogni persona con autismo del resto ha il suo carattere e la sua personalità, cosicché non si può prevedere nulla in partenza.

8.L’effetto della facilitazione

Una facilitazione personalizzata risulta efficace rispetto ai diversi tipi di difficoltà disprassiche quasi come un servo-meccanismo applicato ad un dispositivo ad alta resistenza meccanica, che rende sorprendentemente facile e fluido il movimento.
I soggetti facilitati descrivono così l’effetto del “tocco” facilitante:”Mi fa capire meglio dov’è la mia mano”. “Io posso quando mi prende la paura di essere davvero io che scrivo imbrogliare la mia mente e dire che sei tu”. “Tu sei come Toldo e acchiappi sicura tutti i miei pensieri”.”La tua mano mi fa tenere il filo del discorso”.”Mi aiuta a non sbagliare e a ripartire quando vado in confusione”….
Forse dopotutto l’aiuto sta a metà strada fra il supporto fisico ed il sostegno empatico, più o meno come accade a una mamma che tiene per mano il suo bambino ancora incerto nel camminare: se gli lascia la manina quello si ferma, si siede o cade a terra, ma non è perché le gambe non lo sostengono più; assistiamo invece alla disintegrazione di competenze acquisite, ma non ancora consolidate, di fronte alla paura di essere da solo.
Per lo stesso motivo teniamo la mano, da dietro, sul sellino della bicicletta di un bambino che impara ad andare senza “le ruotine” di sostegno, e poi la stacchiamo senza che lui se ne accorga, e gli facciamo festa perché è riuscito a cavarsela da solo.
Qualcosa di simile fa il facilitatore: la sua mano si sposta in su, sempre più lontano dalla mano che scrive; il suo tocco si fa sempre più lieve, fino a poter essere eliminato senza che si verifichi la disintegrazione (percettivo-motoria ma anche cognitiva) legata alla paura di funzionare da solo, che renderebbe confusa o impossibile la comunicazione verbale scritta, come già avviene per quella orale.

9.Perplessità e pregiudizi rispetto alla Comunicazione Facilitata (C.F.)

Essendo in contatto ormai da sei anni con diversi bambini e ragazzi, autistici e non, che utilizzano (oltre ad ogni possibile altra strategia conosciuta), anche la Comunicazione Facilitata, e ne hanno ricavato molteplici vantaggi a livello comunicativo, cognitivo e relazionale, trovo sempre più evidente che la resistenza più accanita rispetto a questa metodica così innovativa, efficace e delicata, viene soprattutto da chi mantiene dentro di sé incrollabile il pregiudizio di “incompetenza cognitiva”, cioè di deficit mentale o di grave psicopatia, attribuito agli Autistici, o comunque a quei soggetti che non possono accedere all’uso del linguaggio espressivo orale.
Su tali rigide convinzioni si fondano non di rado consolidati modelli operativi, e sotto di esse giacciono prematuramente sepolte le speranze di molte famiglie.
Eppure se un imputato in un paese civile è da considerarsi innocente fino a prova contraria e a condanna definitiva, credo che anche una persona Autistica che non comunica debba essere considerata competente e sensibile fino a inconfutabile prova contraria, e credo abbia il diritto di accedere ad ogni possibile modalità comunicativa, tradizionale o alternativa.
Presumere competenza e offrire opportunità di istruzione e partecipazione sono doveri prioritari di ogni educatore, di ogni genitore e anche di ogni clinico-ricercatore, secondo il Prof. Douglas Biklen della Syracuse University di New York, supervisore di tutti Centri Italiani accreditati per l’utilizzo della C.F.
E stato infatti dimostrato che la Scienza è in grado di riconoscere e studiare solo quei fenomeni di cui ammette la possibile esistenza. Non c’è insomma peggior cieco di chi non vuole vedere. Il dialogo e la possibilità di avviare percorsi seri e condivisi di ricerca a proposito di C.F.
con una gran parte del mondo Accademico sono stati fino ad oggi quasi inesistenti.
Ma qualcosa comincia finalmente a muoversi, e come al solito in prima linea ci sono i Pedagogisti.

10.Considerazioni conclusive: autismo come discinesia dell’intenzionalità socialmente orientata

Perché un’azione volontaria, specie se indirizzata all’altro è così proibitiva per il soggetto autistico?
Perché invece può padroneggiare straordinarie performances di tipo ripetitivo, stereotipato e/o ritualizzato (indirizzate agli oggetti solitamente e realizzate in solitudine preferibilmente)?
In campo neurologico un fenomeno simile si chiama dissociazione automatico-volontaria, condizione conosciuta in molte malattie del cervello.
Tutto ciò che è automatico funziona bene (di qui forse deriva il piacere evidente degli autistici nel ripetere all’infinito alcuni gesti appresi, che “riescono loro bene”).
Tutto ciò che, in quanto nuovo, è necessariamente volontario può subire imprevedibili e incontrollabili blocchi, deviazioni, o viraggi verso comportamenti incongrui o oppositivi (e tanto più quanta più aspettativa sociale c’è verso l’azione da compiere). Da qui trae forse origine l’ansia degli autistici per le situazioni nuove e impreviste, che richiedono adattamenti ed azioni non ancora sperimentate e apprese.
Quest’ansia incrementa poi la dissociazione ideo-prassica in un pericoloso circolo vizioso.
La facilitazione sembra poter invece innescare, e coordinare tra loro sequenze semi-automatiche già apprese, che possono così concatenarsi e supportare la realizzazione di quelle azioni volontarie che il soggetto desidera compiere senza di fatto riuscirvi; e tra queste anche la possibilità di indicare deliberatamente lettere e spazi sulla tastiera del computer per tradurre in scrittura un pensiero a lungo”intrappolato”nella mente.
Scrive Piercarlo, giovane autistico di 21 anni: “Sono prigioniero dentro il mio cervello senza uscire mai”; e più avanti a proposito della sua scarsa autonomia:”Sono un bambino di 21 anni”.
Fortunatamente la pedagogista australiana Rosemarie Crossley ha empiricamente osservato da oltre 15 anni che molti ragazzi privi di linguaggio verbale possono rispondere a domande scritte digitando su una tastiera a condizione che sia offerto loro un particolare tipo di supporto fisico da parte di un facilitatore.
Oggi migliaia di persone prive di linguaggio utilizzano in tutto il mondo questo approccio e decine di migliaia di pagine testimoniano l’ampiezza e la profondità del loro pensiero “sequestrato”.
Paradossalmente è proprio la notevole qualità dei testi prodotti grazie alla C.F. l’ostacolo mentale più grande alla sua accettazione, da parte di molti Ricercatori cresciuti nel paradigma dell’incompetenza mentale degli autistici.
Viceversa il progressivo delinearsi di nuovi modelli neuropsicologici atti a descrivere i rapporti fino ad oggi poco conosciuti tra mente conscia e subconscia, tra pensiero razionale ed emozioni, fanno sì che il Disturbo Autistico, indagato con strumenti nuovi , trovi una collocazione sempre più differenziata rispetto al Ritardo mentale, mentre l’effetto sorprendente della Facilitazione applicata alla letto-scrittura ( C.F.) può trovare in tali nuovi modelli alcune ragionevoli spiegazioni per la sua efficacia.

Ogni giorno di più constatiamo la validità e la profondità dell’antico adagio:”Non è detto che chi tace non abbia niente da dire”che è diventato la parola d’ordine di ogni buon facilitatore.
L‘altra parola d’ordine è quella che la Crossley lancia, alla fine di ogni suo Intervento, alle persone con e senza Autismo sinceramente interessate a costruire un futuro migliore per chi soffre di una severa disabilità nella Comunicazione: “Non arrendetevi mai!”
Relazione al Congresso: Disabilità Trattamento Integrazione. Padova 30,31 maggio-1 giugno 2002

Autore:D.ssaVittoria Cristoferi Realdon.
Indirizzo:Via Veglia 2 35134 Padova. e-mail: [email protected]

 

 

PRASSIA = GESTO INTENZIONALE Tav.I
SEQUENZA COORDINATA DI MOVIMENTI ATTI A RAGGIUNGERE UNO SCOPO DESIDERATO

FASI DI UNA PRASSIA
(prendere l’oggetto voluto)

I°: ( cosa fare? )

a) Rappresentazione mentale dello scopo ( il risultato da ottenere )
b) Rappresentazione mentale dell’oggetto da raggiungere e del contesto (analisi visiva)
c) Rappresentazione mentale dell’azione necessaria (memoria di azioni già fatte e loro confronto con a e b)

II°: (come fare?)

a) Selezione del gesto (con inibizione degli altri gesti non utili)
b) Attivazione del gesto (nel momento giusto:analisi temporale)
c) Orientamento del movimento nella giusta direzione (analisi continua del contesto)
d) Selezione fra i diversi oggetti e prensione finale

III°: (va tutto bene ?)

a) Verifica della corretta selezione del gesto
b) Verifica della corretta esecuzione del gesto (monitoraggio visivo e propriocettivo )
c) Verifica del raggiungimento effettivo dello scopo
d) Arresto dell’azione

Le fasi dei blocchi II e III sono spesso colpite nell’Autismo
PRASSIE ED EMOZIONI Tav. II

 

 

 

 

 
– Ce la farò ? (arriverò fino in fondo, ricordandomi tutta la sequenza?)
– Farò bene ? (metterò le azioni nella giusta sequenza?)
– Farò in tempo? (mi daranno tutto il tempo che mi serve?)
– Riuscirò a mantenere il Controllo?
– Tollererò la vicinanza altrui?
– Tollererò di essere visto agire?
– Tollererò i commenti altrui?
– Tollererò l’idea di essere io ad agire?
– Tollererò il possibile successo?
– Tollererò il possibile fallimento?

 
Perdita di capacità inibitoria: Eccesso di inibizione:

Iperattività Congelamento e arresto dell’azione Errori di selezione Perdita di interesse Crisi di rabbia Rifiuto passivo
Parole e grida incontrollate Allontanamento-fuga
Auto ed etero aggressività Ricerca di stereotipie
Aumento di stereotipie autorassicuranti che Comportamenti di sfida impediscono l’azione